CORRADO
NARDI (1885-1956) di
famiglia sinalunghese di vecchia data, collaboratore dei notai
che si sono succeduti nel paese. con questo racconto, confermato
anche da altri paesani, racconta il giorno dell'entrata degli
alleati a Sinalunga.
Il
passaggio del fronte bellico a Sinalunga
2
luglio 1944
RESURREXI,
ET ADHUC TECUNI SUM, ALLELUIA!!! Queste parole fatidiche, che
pronunziò il Redentore risorto nella sera stessa della
Resurrezione, allorché a porte chiuse entrò nel
Cenacolo ove erano congregati i suoi Apostoli; queste parole
con cui incomincia la Messa di Pasqua, può pronunciare
oggi ogni cittadino della nostra bella Sinalunga; di questa
nostra ridente cittadina, che oggi non dovrebbe essere altro
che un monte di macerie, se l'iniquo disegno di alcuni adepti
al partito di Muso Sudicio, e dei loro degni alleati, cioè
degli odierni Unni, si fosse tradotto in realtà.
Ma
DESIDERIUMN PECCATORUM PERIVIT, sta scritto nella Sacre Carte,
è sillaba di Dio non si cancella. Sinalunga, sebbene
ferita in più punti, e colpita in qualcuno dei suoi vetusti
monumenti sacri e profani, colpita però solo leggermente,
vive tuttora ed anzi leggermente, gradatamente, ma sicuramente,
riprende il ritmo della vita.
E prima di principiare questa
mia monca e brutta narrazione, che tiro in soli cinque esemplari,
e che quindi dedico a soli cinque fra i miei parenti ed i più
cari amici, mi sia permesso di esprimere in proposito il mio
pensiero, o meglio la mia opinione che la salvezza di Sinalunga
e del suo popolo ad altri non si deve che alla Sua Celeste Patrona,
alla Regina del Cielo e della Terra, alla Immacolata Madre di
Dio che Sinalunga venera nella prodigiosa Immagine della Vergine
del Rifugio. SENALONGENSION POPULI REFUGIUM AC DECUS è
scritto a caratteri d'oro sopra l'immagine Santa (Refugio
e decoro del Popolo di Sinalunga). E chi se non Lei, che
nei secoli scorsi, in tante e tante altre pubbliche calamità
salvò il popolo di Sinalunga, non l' ha salvato oggi
da un pericolo sì grave e nel quale ognuno di noi sembrava
destinato a perire, o quanto meno a rimanere privo di un tetto,
di un tozzo di pane o di una veste?
Lo dico senza ostentazione, ma anche senza rossore: io anelo
il momento in cui il popolo tutto di Sinalunga riporterà
in trionfo alla Sua Sede la Immagine prodigiosa, e da mille
e mille petti sì sprigionerà al Cielo, verso il
Datore di ogni bene, l'inno del Trionfo e della riconoscenza.
Ma perché io potessi tradurre il mio desiderio in atto,
il mio desiderio cioè di descrivere gli ultimi giorni
della dominazione delle orde barbariche in Sinalunga, bisognerebbe
che io prendessi a prestito la penna, o meglio il genio dell'immortale
Lombardo, dell'inimitabile Manzoni, e potessi avere la sua insuperabile
felicità descrittiva. Ma trattandosi di un lavoro che
non deve esulare dall'ambito, si può dire familiare,
e che non deve esser letto, come dissi, da più di cinque
persone, esse si contenteranno della pappolata che verrà
fuori, ricordando il vecchio adagio che suona; la botte dà
il vino che ha.
A questi cinque lettori non farò il torto di domandare
se hanno letto quel libro aureo, i PROMESSI SPOSI, che più
che un romanzo, io ho sempre ritenuto per il codice della vita.
Chi non lo avrà nella sua biblioteca, sia pure modesta?
Ebbene, chi lo ha, vada a riprenderlo e rilegga l'ultima pagina
del Capitolo XXVIII, e potrà farsi un'idea, se non esatta,
almeno approssimativa di quello che hanno subito i cittadini
di Sinalunga, e del contado più che mai, negli ultimi
giorni del soggiorno quà dei difensori del regime di
quel LURIDO, di fronte al quale impallidisce la figura dello
stesso Nerone.
Ci ha solo una variante, per non dire un'aggravante: Gli abitanti
di Acquate (che vuolsi da molti sia stato proprio quello
il paese di Renzo e di Lucia) e degli altri paesi del territorio
di Lecco, non erano molestati dalle incursioni aeree e dallo
sparo delle contraeree; non avevano quindi bisogno di correre
a nascondersi nei rifugi; e non si vedevano neppure entrare
i cari difensori per le case a strappare gli uomini dal domestico
focolare per trascinarli con sé, obbligandoli a lavorare
per dar loro man forte sia nei mezzi di difesa e di offesa,
sia per rapinare e saccheggiare nelle circonvicine campagne.
Gli uomini, specialmente
giovani e quelli che ancora in buona età, dovevano vivere
nascosti nelle case, o meglio nei rifugi antiaerei o fuggire
nelle vicine campagne, se non volevano essere requisiti dai
tedeschi per essere adibiti alle faccende sopradette e pagati
talvolta, è vero, con danari ed a volte anche con busse.
Ogni mattina, nell'alzarsi, si sentivano le notizie più
contradittorie dell'avanzata delle colonne dell'esercito liberatore,
e nel medesimo tempo quelle paesane. Si facevano i nomi del
tale e del tal'altro uomo preso a lavorare; e non bastavano
gli uomini, reclutavano anche le ragazze sia per adibirle alla
cucina, sia anche con intenzioni assai peggiori.
Gli aguzzini frattanto che avevano saccheggiato alcune case
del paese, ieri erano partiti in ritirata nella notte ma venivano
surrogati da altri della stessa risma che venivano dal fronte
e sostavano quà, e ripetevano le prodezze dei loro colleghi;
sbarravano tutte le strade, si introducevano a forza nelle case,
e reclutavano chi loro piaceva. Da ciò ne conseguiva
che Sinalunga si era ridotta ad un deserto; ed anche nelle ore
in cui, altre volte, specialmente in sulla sera, solevasi vedere
la piazza piena di crocchi e cappannelli, ora non si vedeva
nessuno, o solo poche donnarelle, vecchi e bambini, e le faccie
torve dei discendenti di Attila col fucile spianato. Anche in
Chiesa, la sera, alla funzione del mese del Sacro Cuore, ben
poca gente interveniva. E tutto il giorno, e talvolta anche
la notte, musica di artiglieria.
Per la rapina poi delle case i lanzichenecchi erano aiutati
da alcuni paesani, o meglio, da alcuni abitanti, a mezzo di
spionaggio. Essi di preferenza, in un primo tempo, fecero man
bassa di tutti gli apparecchi radio, automobili e biciclette,
e sapevano a menadito chi erano i possessori di tali oggetti,
poi nelle case dei più abbienti razziarono derrate alimentari:
nelle case di campagna, specialmente isolate, fecero tabula
rasa di tutto: damigiane di vino, di olio, di liquori, galline,
oci, nane, capi di bestiame bovino, sacchi di farina e di grano;
e se taluno avesse osato resistere, sarebbe stato freddato da
una scarica su due piedi. Alcuni negozi subirono identica sorte;
qualcuno poi era preso di mira in modo speciale, come p. es.
la cartoleria di Dino Dini in piazza, ove ogni squadra di passaggio
ogni giorno vi si recò puntualmente.
Non
furono risparmiate le botteghe dei fabbri e dei meccanici, quindi
Dante Palagi e Martino Graziani furono rapinati non solo, ma
posti, per la ruberia dei loro utensili del mestiere, nella
impossibilità di lavorare. Furono saccheggiati i negozi
di manifatture del Dotti e del Graziani, cioè di Antonio
figlio del fu NANNI, nonchè dei Bardini, vulgo RIGAIOLI,
e l'oreficeria di Mechino Graziani fu Vittorio.
Fra
le case visitate e depredate sono da annoverarsi anche quella
di Riccardo Boschi a S. Martino, quella del Dott. Nardi, quella
del nostro beneamato Arciprete, a cui furono portati via anche
i danari che aveva nel cassetto, e tante altre che non ho ancora
potuto sapere o che non ricordo. La sera del 1° Luglio alle
11 i salvatori dell'Italia di Mussolini si recarono a casa Marignani
e tentarono per prima cosa di penetrare nello studio mio che
era però ben chiuso e protetto dalle saracinesche. Qui
fu presa a pedate la porta e danneggiata la smaniglia della
porta stessa; entrarono in varie camere. In una di esse vi è
un armadio di cui io solo ho le chiavi, perchè serve
da cassa forte della Signora Silvia:non potendolo aprire lo
sfondarono, ma nella cassa forte non vi trovarono nulla perchè
tutti i danari miei od affidati a me li avevo portati a casa;
alla Signora Marietta fu però involata un'artistica piccola
sveglia che teneva sul tavolo da notte e che credo fosse un
caro ricordo del mio quondam principale. Ma nello studio penetrarono
in uno dei giorni precedenti dalla parte dell'orto.
Era di pieno giorno, ed io, essendomi allontanato per breve
tempo, avevo lasciata la finestra aperta, e chiusa solo l'intelaiatura
di legno e rete che serve ad impedire il passaggio delle mosche.
I vandali ruppero con una canna la rete della stanza del notaio,
e penetrarono nello studio, ove aprirono i cassetti non chiusi
a chiave, ma non trovarono nulla che solleticasse il loro appetito,
poichè le macchine erano state qualche giorno prima regolarmente
nascoste nel legnaio e protette dalle fascine. Così esse
furono salve. Ma ricordo della loro visita, nel pianerottolo
d'ingresso allo studio, pensarono bene di fare....., ciò
che al cosiddetto GABINETTO soltanto suol farsi, onde io, tornando
allo studio la mattina del 4 Luglio, dopo vari giorni dì
assenza, dovei, insieme alla Signora Pia, pulire ove era sudicio.
Non mi fece, tal regalo, nessuna meraviglia. I difensori di
un'accozzaglia di sudiciumi, solo quella roba potevano e possono
lasciare in retaggio.
Neppure
le circonvicine ville furono risparmiate, e, per tacere d'altre
(anche perché lo ignoro) posso dire che alla villa Castelletto
Savelli = ove per ben 24 giorni i proprietari si goderono quali
ospiti gli Ufficiali tedeschi = furono involate 4 biciclette
nuove dei figli del Sig. Avvocato Angelo; nella villa Carceri,
accaddero scene inaudite: mi si narra di saccheggio in pieno
giorno con rivoltella puntata al petto dell'ex-Potestà
Dott. Orlandini; la gioventù femminile lassù dimorante,
padrona od ospite dovè mettersi in salvo per non subire
le violenze di quegli energumeni.
Anche nelle ville Brunori (già Crestini e Carboni)
e Palazzetta, ove erano acquartierati i tedeschi ho inteso dire
che di mobilio non vi e rimasto nulla; lo stesso dicasi delle
case della Pieve quasi tutte disabitate per la fuga dei loro
abitanti, le case di campagna o isolate o raggruppate sono state
regolarmente visitate e svaligiate tutte dalla prima all'ultima.
Forse gli agresti abitanti di esse avranno pensato a nascondere
e seppellire ciò che potevano; ma non vi ha alcuno che
possa vantarsi di essere uscito pel rotto della cuffia.
Forse io sono uno dei pochi che posso menare questo vanto. Quando
tutti gli uomini fuggivano perché temevano di essere
presi, io rimasi in casa, e girai tranquillamente per le vie
a mio piacimento, incontrai tedeschi dovunque, ma nessuno mi
degnò mai nè di una parola nè di uno sguardo;
tre di essi vennero in casa mia alla spicciolata, e mi trovarono
intento in faccende muliebri (non avendo altro da fare), e mi
lasciarono in santa pace.
Allo Studio io non avevo peraltro più nessuna ragione
di recarmi, e la più elementare prudenza consigliava,
d'altra parte, di lasciarlo chiuso e deserto. Affidai le chiavi
di esso alla Signora Pia, e poiché da moltissimo tempo
avevo promesso al Sig. Arciprete di procedere ad alcuni lavori
di riorganizzazione nell'Archivio della Compagnia del S. Chiodo
(che ha la sua sede nella Sagrestia di tale chiesina),
mi dedicai a tali lavori, e presi domicilio costì. Ormai
posso dire di avere pressoché terminato il mio compito;
sono tornato nello Studio, e al Chiodo non vado che per una
oretta ogni tanto, molto più che il calore che emana
dal sottostante forno (già di Arunte, ed oggi del
mio amico Bernardini Sesto) non rende, nel luglio, troppo
gradito quel soggiorno.
Le benemerenze degli amici del nostro AMATO DUCE non si limitarono
però a quanto ho esposto in sì modesta forma:
altre ne dovevano seguire per rendere paghi i desideri di quegli
imbecilli o malvagi che solevano dire che i tedeschi ci avevano
trattati troppo bene.
Da molti giorni già la luce mancava, e tuttora manca,
e questo dipende dal fatto che le varie cabine viciniori sono
state fatte saltare in aria dai nostri amici carissimi; ergo,
petrolio, carburo e candele, per chi se li può procurare,
o se no, andare a letto all'or di notte, all'uso aretino.
Fracassati i molini, e quindi impossibilità di macinare
il pane; ergo, fame, io sono dovuto andare di porta in porta
(in campagna però) a chiedere un pezzetto di
pane per non andare a letto senza cena. Non avrei mai creduto
nella mia vecchiaia, ormai incipiente, di dover fare concorrenza
alla Raschina, al Cagna, alle Burraschine e ad altri mendicanti
di professione.
La mattina del 24 Giugno un orrendo boato si aggiunse alla fanfara
dei cannoneggiamenti vicini che ci deliziava da più giorni;
era stato minato il più o meno artistico acquedotto del
Vivo che forniva l'acqua al paese, situato sulla via dei Frati,
in faccia al cancello della Palazzetta; che era stato inaugurato
e solennemente benedetto il 4 Novembre 1931 dal fu Arciprete
Lucherini, e si assomigliava, nella sua bruttezza, all'arco
famoso di Piazza V.E. a Firenze. Ergo il paese privo di acqua,
e la gente dovere, come nel bel tempo antico, recarsi alle Fonti
del Castagno, affrontando la ripida salita, od andare al Fossatello,
ove la cannella tira si poco, che nei due viaggi che ci ho fatti
da me, ho impiegato per ognuno di essi un paio d'ore buone.
Ed a tutto questo è da aggiungere il paterna d'animo
che altro non era se non la conseguenza naturale e logica della
spada di Damocle che ogni cittadino sinalunghese sentiva pendere
sulla propria testa; l'avvicinarsi cioè della battaglia
che molti strateghi di professione asserivano sarebbe passata
per Sinalunga, mentre altri, più ottimisti, speravano
che l'esercito liberatore l'avrebbe soltanto sfiorata, od avrebbe
percorsa una diversa via.
Si
erano costruiti in paese vari rifugi (ripeto: rifugi),
taluno per uso semplicemente famigliare, altri di uso pubblico.
In campagna, ogni casa o villa isolata aveva il suo: negli agglomerati
di case alla periferia uno solo serviva per tutti gli abitanti
del villaggio, ed io ne vidi taluno assai bene attrezzato ed
assai grazioso: tutti erano adorni di Immagini Sacre, e durante
la permanenza in essi i vani ricoverati solevano recitare il
S. Rosario ed altre preci.
Io fui invitato a prendere domicilio in quello dell'Avv. Brunori
costruito in parte sotto la di lui casa, e parte sotto la casa
del Bucci, a spese comuni delle due famiglie confinanti, per
uso esclusivo delle due famiglie stesse, loro ospiti, ed amici
invitati, tra i quali, come già dissi fui io stesso;
ma ne usai con parsimonia, come soglio fare di tutte le cose.
A soli due passi da casa mia ne fu costruito un altro, veramente
bellissimo, che avendo il suo inizio dalle botteghe dei fabbri
Graziani, sulla via già Diacceto, andava a terminare
nella via di S.Martino in faccia al forno Silvestri. Ricordo,
l'ultima volta che fui a Roma, di avere visitate le catacombe
di S.Domitilla, e mi parve una perfetta imitazione di quelle.
Frattanto le notizie che giungevano, sebbene confuse, davano
nel loro insieme la certezza che ormai la venuta dei liberatori
non era lontana. Si sapeva che a Chiusi vi era stata una battaglia
aspra e sanguinosa, e che quella ridente cittadina sul confine
tosco-umbro era stata presa e ripersa più volte; ma che
ormai era in possesso degli alleati, i quali erano ormai in
possesso anche di Chianciano, e puntavano su Montepulciano.
Allora un infame disegno sorse nella mente satanica degli alleati
di MUSO ZOZZO: porre una mina potente all'ingresso del paese
sotto la casa già Pollini (oggi di proprietà
del mio amico Alfredo Silvestri) ed altre due nel fianco
del palazzo Agnolucci, oggi sede del Monte dei Paschi, il quale
avrebbe dovuto crollare intieramente onde ostruire il passo
dell'esercito invasore. Un'altra mina non meno potente doveva
porsi dalla Cocca, per intendersi volgarmente, e cioè
nel luogo ove è il bivio delle due strade che conducono
al Convento l'una, ed al Canale l'altra. Quella posta davanti
al Silvestri non solo minacciava seriamente la casa di lui,
ma altresì quelle di MECOGOGO (Giovannini),
casa Pinsuti, e le altre che fronteggiano la piazza in quel
punto. E la mattina di S.Pietro le mine furono poste, e fu fatta
circolare la voce che al momento in cui sarebbero state fatte
brillare, la popolazione sarebbe stata avvertita.
In un'ansia mortale trascorsero i due giorni 29 e 30, e frattanto
la sera del 30 fu data per sicura cosa la già avvenuta
occupazione di Montepulciano e si sentiva e si vedeva come le
artiglierie inglesi puntassero sul territorio del Comune di
Trequanda.
La mattina del 1° Luglio mi recai nella solita Sagrestia
del Chiodo a continuare il mio lavoro, mentre il diapason della
musica ascendeva a tono maggiore. Nel pomeriggio non mi fu però
più possibile di tornarvi. Non lo si sapeva, o quanto
meno, io non lo sapevo, ma anche Torrita era stata presa, ed
appena consumato il mio modesto desinare, le artiglierie inglesi
cominciarono a puntare prima sulla Pieve e poi addirittura su
Sinalunga: se non addirittura sul paese, sulle circonvicine
ville che presumibilmente potevano ancora ospitare tedeschi.
Così io, dalla mia terrazza vidi veramente bene bersagliare
la villa Brunori, la Palazzetta, la villa Carceri ed anche l'aia
del cosiddetto BACINO.
Un colpo di cannone mal diretto distrusse qualche olivo davanti
alla casa del Biagianti a pochi metri quindi da me. lo capii
abbastanza bene che la mia casa correva, in un con me, serio
pericolo; tutti i miei inquilini Cennini ed i miei ospiti livornesi
si premunirono di tutto il fabbisogno di vesti e di cibarie
e corsero nel vicino rifugio, da me descritto più sopra,
esortandomi a fare altrettanto. Non posso dimenticare l'accorata
preghiera che mi rivolse il capo famiglia del miei inquilini,
che, quasi piangendo, mi scongiurò di fuggire per salvare
almeno la vita, se non la casa. Io mi arresi senza contrasto,
presi il peggiore dei miei cappotti, e corsi nel rifugio Brunori,
ove restai fino al tramonto, ora col cappotto addosso, ora accanto
ad un bel fuoco acceso nell'Oliviera (che faceva parte del
rifugio).
Ed era il 1° Luglio, e non Gennaio. E non ero solo presso
al fuoco, ma molti familiari ed ospiti dei Sigg. Brunori vi
avevano preso stanza presso un piccolo bar improvvisato ove
una formosa cameriera distribuiva gratuitamente, a chi ne la
richiedesse, o vino o caffè.
Alle
ore 18 si presentò alla porta del rifugio un giovane
padovano che era fuggito da Napoli prima che essa venisse occupata
dagli inglesi; era giunto quà a piedi, e pedestremente
contava di raggiungere la sua Padova, che disse anelava di rivedere.
Gli fu offerto qualche ristoro, e frattanto ci assicurò
che Torrita era realmente occupata, ed aggiunse di aver confidenzialmente
saputo da un ufficiale dell'esercito inglese, che era decisa
l'occupazione di Sinalunga per la mattina dopo, domenica 2 Luglio.
Al calare delle prime ombre vespertine sentii gli stimoli dell'appetito,
e poichè il fuoco aveva diminuito d'intensità,
pensai bene di tornare a casa, riservandomi di tornare dopo
cena e passare costì la notte. Le Signore mi fecero però
capire che non avrebbero potuto offrirmi, nella notte, che una
sedia, poichè i letti approntati nel rifugio erano a
disposizione delle sole persone di famiglia. L'offerta era anche
troppo lauta per me: io però riflettei che non era prudente
lasciare la casa sola alla mercé dei razziatori alemanni,
e lo stesso mio inquilino mi consigliò di non muovermi
di casa, e di dare l'allarme in caso che fossi stato molestato
dai salvatori della patria. Egli, in tal caso, avrebbe avvertito
gli altri rifugiati, e tutti sarebbero accorsi in mia difesa.
Fu saggio consiglio. I lanzichenecchi non vennero, ed io non
subii molestie di sorta, onde, all'ora solita, me ne andai a
letto, e dormii tranquillamente tutta la notte.
Ma se questa brava gente non venne da me, si recò proprio
alla casa Brunori, nell'ora stessa in cui, secondo gli accordi
presi, dovevo tornarvi io, tanto che la formosa cameriere sopra
mentovata credé opera mia i ripetuti colpi alla porta.
Tutti i rifugiati, edotti del caso, accorsero; la porta fu aperta
ed i Lanzi introdotti, ma non fecero gravi danni. Alla porta
di casa Bucci fu posta una bomba a mano che rimase inesplosa.
La mattina del 2 mi alzai alla solita ora, e contavo alle ore
10 di essere pronto per andare alla Messa. Il mio inquilino
mi disse di aver saputo da un suo fratello che gli inglesi erano
già al Santarello, a 2 Km: quindi da noi e da qualche
vicino che ne seguiva le mosse col cannocchiale, sapemmo che
Sinalunga era ormai già tutta accerchiata. Non solo il
Santarello, ma le Muriccia, Rigaiolo, il Serraglio, la Pieve
erano già occupati: ad un certo punto però l'esercito
invasore si era fermato tutto, e lo sparo delle artiglierie
fatto più intenso consigliò tutti a correre di
nuovo nei rifugi.
Alle 10 io uscii per recarmi alla Messa, e trovai deserta la
piazza e desertissima la Chiesa. Non incontrai nel mio cammino
che Bioccolo il quale mi significò che la messa non ci
sarebbe stata. Allora mi recai nel solito rifugio, ma l'umidità
agghiacciante di esso, da cui il cappotto non bastava a difendermi,
fece si che io non sostassi in esso più di mezz'ora.
Tornato sulla piazza potei constatare che le mine fatte scoppiare
nella notte non avevano prodotto il desiderato effetto: quelle
poste entro il palazzo del Monte non avevano fatto crollare
che un solo stanzino; tutte le altre si erano dimenticate di
scoppiare, tranne quelle poste sulla via del Canale che hanno
fatto crollare la strada in più punti rendendo il transito
impossibile a qualsiasi veicolo, e difficilissimo agli stessi
pedoni.
Nella piazza stessa ero completamente solo in quella splendida
ed assolata mattina festiva di Luglio, si che tal cosa mi fece
l'effetto di uno strano sogno, a completare il quale volli percorrere
tutte le vie del paese ove non incontrai nè un cane nè
una coda di esso. Solo quando giunsi sotto casa mia trovai seduti
su di uno scalone il mio vicino Amos Graziani ed i suoi famigliari,
e con tutti costoro, intavolai un po' di conversazione che dopo
1/4 d'ora fu interrotta dalle grida di alcuni ragazzi a squarciagola
SONO ARRIVATI GLI INGLESI!!!.
Tutti a corsa ci slanciammo verso la piazza ove giungeva il
primo scaglione dell'esercito liberatore, al quale poi, in autocarri
seguirono gli altri. Ma come posso io essere capace di descrivere
la scena commovente che videro i miei occhi di quell'ingresso
trionfale, dell'entusiasmo del popolo che raggiungeva veramente
il delirio, delle grida e degli evviva che fendevano il cielo,
dei fiori che piovevano sui baldi giovani abbracciati e baciati
dal popolo che ad una sola voce li acclamava come i nostri veri
liberatori? Chi non ha visto coi propri occhi quella scena sublime,
quella piazza immensa, pur dianzi deserta, quel popolo piangente
di gioia, quei baldi e bei giovani portati in trionfo, ed ogni
finestra pavesata dal tricolore d'Italia, non può farsi
un'idea esatta di quello che fu quell'ora radiosa del
mezzodì del 2 Luglio, in cui Sinalunga, strappata
pur una volta alle catene tedesche, era restituita alla vera
Italia ed alla libertà. In questo momento pìu
che negli altri sento più forte che mai l'invidia verso
il Lombardo immortale!!!
Ogni uomo di buon senso vorrà dimandare: perchè
le truppe angloamericane che avevano alle 10 e 1/2 già
cinta Sinalunga d'assedio, non la occuparono che alle 12? A
che quella sosta?
Ed io rispondo: Qui si mostra palese l'intervento della Provvidenza
Divina, e la grazia largita a Sinalunga dalla Sua Protettrice
Celeste.
Un individuo infame, a tutti ignoto, fuorché agli invasori,
i quali peraltro non ne vollero rivelare il nome, andò
a dire ad essi che Sinalunga era piena di tedeschi e delle loro
munizioni. Cosa falsa era essa, e non forse del tutto creduta
dal Comando, il quale credé bene nel frattempo di soprassedere
prima di spianare il paese a cannonate. Giunse a loro in tempo
frattanto un messaggio da qui (è un giovane di Grosseto,
sfollato, ospite del macellaio Bossi, che conosce bene la lingua
inglese, e perciò funziona da interprete) il quale,
sotto la sua personale responsabilità ed offrendosi come
ostaggio, assicurò il Comando che la notizia era falsa,
e le truppe potevano entrare liberamente, come infatti fecero.
L'altra grazia, è inutile dirlo, è il mancato
scoppio delle mine.
Alle 13 ormai credetti di poter tornare a casa per prendere
un boccone. Ma non mi fu possibile entrare in casa subito, perchè
due militi inglesi erano sulla soglia, baionetta inastata, i
quali mi fecero segno di non entrare, mentre l'interprete che
sopra ho nominato, girava per la casa, lasciata incustodita
e sola da inquilini ed ospiti. L'interprete girava per le stanze,
ripetendo a più riprese la parola: PERMESSO: nessuno
gli rispondeva. La tavola era apparecchiata per me con qualcosa
per mangiare, ma tutti i miei familiari erano nel rifugio.
Gli inglesi non vollero entrare, nell'assenza del padrone; ma
come l'interprete mi vide, mi presentò, ed io entrai
insieme con loro, i quali avevano scelto la casa stessa per
osservatorio, saliti che fossero sulla terrazza. lo feci alla
men peggio gli onori di casa, solo in quel modo, affrontai la
folla di ragazze intraprendenti e curiose che entrarono in buon
numero; mandai a prendere del vino bianco, del quale insieme
a loro, tuttochè digiuno, ne bevvi ben sei bicchieri,
e con loro rimasi per oltre un'ora e mezzo. Posso accertare
che furono di una amabilità veramente squisita e di perfetta
educazione.
E le stesso posso dire ancora di altri loro commilitoni con
cui ebbi occasione di incontrarmi in qualche pubblico esercizio,
od anche semplicemente per via; taluni furono i primi, incontrandomi,
a salutarmi e ad offrirmi la sigaretta.
Sinalunga fu così, il giorno 2 libera dalla presenza
dei tedeschi, ma non lo fu del pari dalle loro carezze. Da Lucignano
era cominciato, come già dissi, fino dalla mattina il
cannoneggiamento contro il paese, e che durò fino oltre
alla mezzanotte. Furono colpite varie case di abitazione, fra
cui ricordo quella di Lelio Cozzi al Poggiarello, del Norcino
Angiolucci in via Mazzini, la ex-casa Andrei dietro alla Collegiata,
l'Istituto Castellani delle Suore, ed una casa del Signor Cecco
Savelli al Borgo, sopra all'oliviera, la villa Carceri e le
case adiacenti coloniche, nonchè la Cappella attigua
alla villa, ridotta in uno stato pietoso. Le case suddette sono
molto danneggiate. Vennero colpiti il Campanile della Collegiata,
e la Torre di piazza del Tribunale di cui la parte che guarda
l'Albergo Gonzi minaccia rovina, e la Chiesa di S.Lucia, semiscoperchiata,
e perciò chiusa al culto.
Alle ore 15 circa gli Inglesi miei ospiti, dopo un reciproco
abbraccio, mi lasciarono dirigendosi alla villa Carceri ed io
mi potei alla men peggio sdigiunare, e me ne andai in piazza
sempre tutto il giorno affollata di popolo festante, e potei
vedere il palazzo del Comune pavesato non solo dal Tricolore
d'Italia, ma altresì dalla bandiera Inglese, dalla stellata
bandiera degli Stati Uniti d'America e da quella rossa dei Sovietici
con la relativa falce e martello.
Tornai a casa che annottava, e cenai da solo. I miei di casa
erano ancora tutti nel rifugio, e siccome il cannone non taceva
ancora, e di stare in casa di notte da solo non me la sentivo,
mi misi il cappotto e me ne andai ancor io nel rifugio vicino.
Alle ore 23 circa, un giovane chierico figlio di Medea Nardi,
intuonò il S.Rosario, che molti rifugiati, insieme a
lui recitammo. Poco dopo giunse il Capitano Inglese che era
stato mio ospite nella mattina, accolto da vivi applausi da
tutti i presenti.
Mi provai a dormire, ma non mi fu possibile, e confesso candidamente
che la dimora in quel luogo non mi riusciva troppo piacevole,
onde alle ore tre del mattino me ne andai al santo letto, nè
fui disturbato più.
Nell'ultimo giorno della loro dimora quà, le belve in
forma umana diedero un altro saggio di sé, e fecero la
cosiddetta benfinita.
Per solo spirito di brutale malvagità uccisero due coloni
della villa Castelletto-Palazzuoli,
certi Zappalorto, e cioè una fanciulla diciottenne ed
il padre di lei; alle Muriccia uccisero il marito di una certa
Marignani Emma, sorella del quondam Direttore della Banca Toscana,
ed un altro di cui non ricordo nè il nome nè il
nomignolo. I cadaveri di questi ultimi due furono orrendemente
straziati e mutilati; al marito di cotesta Marignani furono
tagliate le mani e cavati gli occhi: io vidi, il giorno 3 le
salme di cotesti infelici, col volto tumefatto, irriconoscibile,
ma dovetti allontanarmi dalla stanza mortuaria più che
di corsa, poiché sentivo di venir meno.
La sera stessa del 3, le quattro salme furono portate in Collegiata
e furono loro cantate le esequie da tutto il clero secolare
e regolare.
Il Signor Arciprete pronunziò un'indovinatissima orazione
funebre che commosse fino alle lacrime tutti i numerosi presenti.
Al trasporto di esse prese parte tutta la popolazione, tutti
i cosiddetti RIBELLI o PARTIGIANI che erano entrati il giorno
avanti con l'esercito liberatore, e mi parve, ma non lo potrei
asserire, che vi fosse anche qualche milite inglese.
L'ultimo atto compiuto dai cannibali non credo trovi riscontro
nella storia, e ritengo per certo che neppure i 500 morti di
Dogali furono trattati in tal guisa dalle orde di Ras Alula;
forse così fu agito in confronto dei primi cristiani
dalle orde di Nerone, e se e vero (e come dubitarlo?)
che dai frutti si conosce l'albero, ognuno ha visto oggi a luce
di sole chi erano i fascisti, chi i nazisti, e chi i loro tirapiedi.
E
questi, e non altri, erano i pionieri di quella civiltà
nuova, che dall'alto del Campidoglio (e gli ingenui ci credevano!)
avrebbe dovuto irradiare con la sua luce il mondo intiero! Nessuno,
o quanto meno, giammai l'Italia vide maggiore sfacelo, e frattanto
i leader del GRAN GERARCA, ad uno ad uno, e piano piano incominciano
a subire il meritato gastigo.
Abolita la carica di PODESTÀ, e ripristinata quella antica
di SINDACO, è stato a Sinalunga nominato a tale Ufficio
un uomo d'ordine, ma che fu sempre un antifascista della più
bell'acqua, e cioè il Sig. Avv. Angelo Savelli, di vecchie
idee conservatrici, come ne fanno fede alcune VEDETTE SENESI
del 1902 e seguenti, da me tuttora religiosamente conservate.
Sarei ben dolente se la sorte toccata a qualcuno di questi che
ho chiamato LEADER, dovesse essere subita anche da altri (il
che non è improbabile), e lo sarei più che
mai se tale sorte non dovesse essere per costoro se non l'INITIUM
DOLORES!!!
E le notizie degli eventi bellici che giornalmente giungono,
sebbene non ufficiali e non controllate, danno pieno affidamento
che tra non molto sul bel cielo d'Italia apparirà l'arcobaleno,
e l'umanità sconvolta dal turbine scatenato dai barbari
vedrà (novello Noè nell'Arca) apparirsi
la mistica colomba con il ramo d'olivo in ORE SUO.
Allora, ma soltanto allora, potremo cantare all'Altissimo l'Inno
Ambrosiano, mentre al GRAN GERARCA summenzionato, degli inni
ne canteremo un altro, parafrasando quello che i Fiorentini
cantarono a CANAPONE il 27 Aprile 1859:
Lascialo
andar
Che volontario egli è
Ed a Piazza Venezia
Non ci rimette il piè.
Lascialo ire,
Lascialo ir lassù.
MUSI SUDICI, andate a letto:
GANASCIA non torna più!!!
Sinalunga, 8 Luglio 1944.
Corrado Nardi