Sinalunga Storia - Liberazione

 

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CORRADO NARDI (1885-1956) di famiglia sinalunghese di vecchia data, collaboratore dei notai che si sono succeduti nel paese. con questo racconto, confermato anche da altri paesani, racconta il giorno dell'entrata degli alleati a Sinalunga.

Il passaggio del fronte bellico a Sinalunga

2 luglio 1944

RESURREXI, ET ADHUC TECUNI SUM, ALLELUIA!!! Queste parole fatidiche, che pronunziò il Redentore risorto nella sera stessa della Resurrezione, allorché a porte chiuse entrò nel Cenacolo ove erano congregati i suoi Apostoli; queste parole con cui incomincia la Messa di Pasqua, può pronunciare oggi ogni cittadino della nostra bella Sinalunga; di questa nostra ridente cittadina, che oggi non dovrebbe essere altro che un monte di macerie, se l'iniquo disegno di alcuni adepti al partito di Muso Sudicio, e dei loro degni alleati, cioè degli odierni Unni, si fosse tradotto in realtà.

Ma DESIDERIUMN PECCATORUM PERIVIT, sta scritto nella Sacre Carte, è sillaba di Dio non si cancella. Sinalunga, sebbene ferita in più punti, e colpita in qualcuno dei suoi vetusti monumenti sacri e profani, colpita però solo leggermente, vive tuttora ed anzi leggermente, gradatamente, ma sicuramente, riprende il ritmo della vita.

E prima di principiare questa mia monca e brutta narrazione, che tiro in soli cinque esemplari, e che quindi dedico a soli cinque fra i miei parenti ed i più cari amici, mi sia permesso di esprimere in proposito il mio pensiero, o meglio la mia opinione che la salvezza di Sinalunga e del suo popolo ad altri non si deve che alla Sua Celeste Patrona, alla Regina del Cielo e della Terra, alla Immacolata Madre di Dio che Sinalunga venera nella prodigiosa Immagine della Vergine del Rifugio. SENALONGENSION POPULI REFUGIUM AC DECUS è scritto a caratteri d'oro sopra l'immagine Santa (Refugio e decoro del Popolo di Sinalunga). E chi se non Lei, che nei secoli scorsi, in tante e tante altre pubbliche calamità salvò il popolo di Sinalunga, non l' ha salvato oggi da un pericolo sì grave e nel quale ognuno di noi sembrava destinato a perire, o quanto meno a rimanere privo di un tetto, di un tozzo di pane o di una veste?

Lo dico senza ostentazione, ma anche senza rossore: io anelo il momento in cui il popolo tutto di Sinalunga riporterà in trionfo alla Sua Sede la Immagine prodigiosa, e da mille e mille petti sì sprigionerà al Cielo, verso il Datore di ogni bene, l'inno del Trionfo e della riconoscenza.

Ma perché io potessi tradurre il mio desiderio in atto, il mio desiderio cioè di descrivere gli ultimi giorni della dominazione delle orde barbariche in Sinalunga, bisognerebbe che io prendessi a prestito la penna, o meglio il genio dell'immortale Lombardo, dell'inimitabile Manzoni, e potessi avere la sua insuperabile felicità descrittiva. Ma trattandosi di un lavoro che non deve esulare dall'ambito, si può dire familiare, e che non deve esser letto, come dissi, da più di cinque persone, esse si contenteranno della pappolata che verrà fuori, ricordando il vecchio adagio che suona; la botte dà il vino che ha.

A questi cinque lettori non farò il torto di domandare se hanno letto quel libro aureo, i PROMESSI SPOSI, che più che un romanzo, io ho sempre ritenuto per il codice della vita. Chi non lo avrà nella sua biblioteca, sia pure modesta? Ebbene, chi lo ha, vada a riprenderlo e rilegga l'ultima pagina del Capitolo XXVIII, e potrà farsi un'idea, se non esatta, almeno approssimativa di quello che hanno subito i cittadini di Sinalunga, e del contado più che mai, negli ultimi giorni del soggiorno quà dei difensori del regime di quel LURIDO, di fronte al quale impallidisce la figura dello stesso Nerone.
Ci ha solo una variante, per non dire un'aggravante: Gli abitanti di Acquate (che vuolsi da molti sia stato proprio quello il paese di Renzo e di Lucia) e degli altri paesi del territorio di Lecco, non erano molestati dalle incursioni aeree e dallo sparo delle contraeree; non avevano quindi bisogno di correre a nascondersi nei rifugi; e non si vedevano neppure entrare i cari difensori per le case a strappare gli uomini dal domestico focolare per trascinarli con sé, obbligandoli a lavorare per dar loro man forte sia nei mezzi di difesa e di offesa, sia per rapinare e saccheggiare nelle circonvicine campagne.

Gli uomini, specialmente giovani e quelli che ancora in buona età, dovevano vivere nascosti nelle case, o meglio nei rifugi antiaerei o fuggire nelle vicine campagne, se non volevano essere requisiti dai tedeschi per essere adibiti alle faccende sopradette e pagati talvolta, è vero, con danari ed a volte anche con busse.
Ogni mattina, nell'alzarsi, si sentivano le notizie più contradittorie dell'avanzata delle colonne dell'esercito liberatore, e nel medesimo tempo quelle paesane. Si facevano i nomi del tale e del tal'altro uomo preso a lavorare; e non bastavano gli uomini, reclutavano anche le ragazze sia per adibirle alla cucina, sia anche con intenzioni assai peggiori.

Gli aguzzini frattanto che avevano saccheggiato alcune case del paese, ieri erano partiti in ritirata nella notte ma venivano surrogati da altri della stessa risma che venivano dal fronte e sostavano quà, e ripetevano le prodezze dei loro colleghi; sbarravano tutte le strade, si introducevano a forza nelle case, e reclutavano chi loro piaceva. Da ciò ne conseguiva che Sinalunga si era ridotta ad un deserto; ed anche nelle ore in cui, altre volte, specialmente in sulla sera, solevasi vedere la piazza piena di crocchi e cappannelli, ora non si vedeva nessuno, o solo poche donnarelle, vecchi e bambini, e le faccie torve dei discendenti di Attila col fucile spianato. Anche in Chiesa, la sera, alla funzione del mese del Sacro Cuore, ben poca gente interveniva. E tutto il giorno, e talvolta anche la notte, musica di artiglieria.

Per la rapina poi delle case i lanzichenecchi erano aiutati da alcuni paesani, o meglio, da alcuni abitanti, a mezzo di spionaggio. Essi di preferenza, in un primo tempo, fecero man bassa di tutti gli apparecchi radio, automobili e biciclette, e sapevano a menadito chi erano i possessori di tali oggetti, poi nelle case dei più abbienti razziarono derrate alimentari: nelle case di campagna, specialmente isolate, fecero tabula rasa di tutto: damigiane di vino, di olio, di liquori, galline, oci, nane, capi di bestiame bovino, sacchi di farina e di grano; e se taluno avesse osato resistere, sarebbe stato freddato da una scarica su due piedi. Alcuni negozi subirono identica sorte; qualcuno poi era preso di mira in modo speciale, come p. es. la cartoleria di Dino Dini in piazza, ove ogni squadra di passaggio ogni giorno vi si recò puntualmente.

Non furono risparmiate le botteghe dei fabbri e dei meccanici, quindi Dante Palagi e Martino Graziani furono rapinati non solo, ma posti, per la ruberia dei loro utensili del mestiere, nella impossibilità di lavorare. Furono saccheggiati i negozi di manifatture del Dotti e del Graziani, cioè di Antonio figlio del fu NANNI, nonchè dei Bardini, vulgo RIGAIOLI, e l'oreficeria di Mechino Graziani fu Vittorio.

Fra le case visitate e depredate sono da annoverarsi anche quella di Riccardo Boschi a S. Martino, quella del Dott. Nardi, quella del nostro beneamato Arciprete, a cui furono portati via anche i danari che aveva nel cassetto, e tante altre che non ho ancora potuto sapere o che non ricordo. La sera del 1° Luglio alle 11 i salvatori dell'Italia di Mussolini si recarono a casa Marignani e tentarono per prima cosa di penetrare nello studio mio che era però ben chiuso e protetto dalle saracinesche. Qui fu presa a pedate la porta e danneggiata la smaniglia della porta stessa; entrarono in varie camere. In una di esse vi è un armadio di cui io solo ho le chiavi, perchè serve da cassa forte della Signora Silvia:non potendolo aprire lo sfondarono, ma nella cassa forte non vi trovarono nulla perchè tutti i danari miei od affidati a me li avevo portati a casa; alla Signora Marietta fu però involata un'artistica piccola sveglia che teneva sul tavolo da notte e che credo fosse un caro ricordo del mio quondam principale. Ma nello studio penetrarono in uno dei giorni precedenti dalla parte dell'orto.

Era di pieno giorno, ed io, essendomi allontanato per breve tempo, avevo lasciata la finestra aperta, e chiusa solo l'intelaiatura di legno e rete che serve ad impedire il passaggio delle mosche. I vandali ruppero con una canna la rete della stanza del notaio, e penetrarono nello studio, ove aprirono i cassetti non chiusi a chiave, ma non trovarono nulla che solleticasse il loro appetito, poichè le macchine erano state qualche giorno prima regolarmente nascoste nel legnaio e protette dalle fascine. Così esse furono salve. Ma ricordo della loro visita, nel pianerottolo d'ingresso allo studio, pensarono bene di fare....., ciò che al cosiddetto GABINETTO soltanto suol farsi, onde io, tornando allo studio la mattina del 4 Luglio, dopo vari giorni dì assenza, dovei, insieme alla Signora Pia, pulire ove era sudicio. Non mi fece, tal regalo, nessuna meraviglia. I difensori di un'accozzaglia di sudiciumi, solo quella roba potevano e possono lasciare in retaggio.

Neppure le circonvicine ville furono risparmiate, e, per tacere d'altre (anche perché lo ignoro) posso dire che alla villa Castelletto Savelli = ove per ben 24 giorni i proprietari si goderono quali ospiti gli Ufficiali tedeschi = furono involate 4 biciclette nuove dei figli del Sig. Avvocato Angelo; nella villa Carceri, accaddero scene inaudite: mi si narra di saccheggio in pieno giorno con rivoltella puntata al petto dell'ex-Potestà Dott. Orlandini; la gioventù femminile lassù dimorante, padrona od ospite dovè mettersi in salvo per non subire le violenze di quegli energumeni.

Anche nelle ville Brunori (già Crestini e Carboni) e Palazzetta, ove erano acquartierati i tedeschi ho inteso dire che di mobilio non vi e rimasto nulla; lo stesso dicasi delle case della Pieve quasi tutte disabitate per la fuga dei loro abitanti, le case di campagna o isolate o raggruppate sono state regolarmente visitate e svaligiate tutte dalla prima all'ultima. Forse gli agresti abitanti di esse avranno pensato a nascondere e seppellire ciò che potevano; ma non vi ha alcuno che possa vantarsi di essere uscito pel rotto della cuffia.
Forse io sono uno dei pochi che posso menare questo vanto. Quando tutti gli uomini fuggivano perché temevano di essere presi, io rimasi in casa, e girai tranquillamente per le vie a mio piacimento, incontrai tedeschi dovunque, ma nessuno mi degnò mai nè di una parola nè di uno sguardo; tre di essi vennero in casa mia alla spicciolata, e mi trovarono intento in faccende muliebri (non avendo altro da fare), e mi lasciarono in santa pace.

Allo Studio io non avevo peraltro più nessuna ragione di recarmi, e la più elementare prudenza consigliava, d'altra parte, di lasciarlo chiuso e deserto. Affidai le chiavi di esso alla Signora Pia, e poiché da moltissimo tempo avevo promesso al Sig. Arciprete di procedere ad alcuni lavori di riorganizzazione nell'Archivio della Compagnia del S. Chiodo (che ha la sua sede nella Sagrestia di tale chiesina), mi dedicai a tali lavori, e presi domicilio costì. Ormai posso dire di avere pressoché terminato il mio compito; sono tornato nello Studio, e al Chiodo non vado che per una oretta ogni tanto, molto più che il calore che emana dal sottostante forno (già di Arunte, ed oggi del mio amico Bernardini Sesto) non rende, nel luglio, troppo gradito quel soggiorno.
Le benemerenze degli amici del nostro AMATO DUCE non si limitarono però a quanto ho esposto in sì modesta forma: altre ne dovevano seguire per rendere paghi i desideri di quegli imbecilli o malvagi che solevano dire che i tedeschi ci avevano trattati troppo bene.

Da molti giorni già la luce mancava, e tuttora manca, e questo dipende dal fatto che le varie cabine viciniori sono state fatte saltare in aria dai nostri amici carissimi; ergo, petrolio, carburo e candele, per chi se li può procurare, o se no, andare a letto all'or di notte, all'uso aretino.
Fracassati i molini, e quindi impossibilità di macinare il pane; ergo, fame, io sono dovuto andare di porta in porta (in campagna però) a chiedere un pezzetto di pane per non andare a letto senza cena. Non avrei mai creduto nella mia vecchiaia, ormai incipiente, di dover fare concorrenza alla Raschina, al Cagna, alle Burraschine e ad altri mendicanti di professione.

La mattina del 24 Giugno un orrendo boato si aggiunse alla fanfara dei cannoneggiamenti vicini che ci deliziava da più giorni; era stato minato il più o meno artistico acquedotto del Vivo che forniva l'acqua al paese, situato sulla via dei Frati, in faccia al cancello della Palazzetta; che era stato inaugurato e solennemente benedetto il 4 Novembre 1931 dal fu Arciprete Lucherini, e si assomigliava, nella sua bruttezza, all'arco famoso di Piazza V.E. a Firenze. Ergo il paese privo di acqua, e la gente dovere, come nel bel tempo antico, recarsi alle Fonti del Castagno, affrontando la ripida salita, od andare al Fossatello, ove la cannella tira si poco, che nei due viaggi che ci ho fatti da me, ho impiegato per ognuno di essi un paio d'ore buone.
Ed a tutto questo è da aggiungere il paterna d'animo che altro non era se non la conseguenza naturale e logica della spada di Damocle che ogni cittadino sinalunghese sentiva pendere sulla propria testa; l'avvicinarsi cioè della battaglia che molti strateghi di professione asserivano sarebbe passata per Sinalunga, mentre altri, più ottimisti, speravano che l'esercito liberatore l'avrebbe soltanto sfiorata, od avrebbe percorsa una diversa via.

Si erano costruiti in paese vari rifugi (ripeto: rifugi), taluno per uso semplicemente famigliare, altri di uso pubblico. In campagna, ogni casa o villa isolata aveva il suo: negli agglomerati di case alla periferia uno solo serviva per tutti gli abitanti del villaggio, ed io ne vidi taluno assai bene attrezzato ed assai grazioso: tutti erano adorni di Immagini Sacre, e durante la permanenza in essi i vani ricoverati solevano recitare il S. Rosario ed altre preci.

Io fui invitato a prendere domicilio in quello dell'Avv. Brunori costruito in parte sotto la di lui casa, e parte sotto la casa del Bucci, a spese comuni delle due famiglie confinanti, per uso esclusivo delle due famiglie stesse, loro ospiti, ed amici invitati, tra i quali, come già dissi fui io stesso; ma ne usai con parsimonia, come soglio fare di tutte le cose. A soli due passi da casa mia ne fu costruito un altro, veramente bellissimo, che avendo il suo inizio dalle botteghe dei fabbri Graziani, sulla via già Diacceto, andava a terminare nella via di S.Martino in faccia al forno Silvestri. Ricordo, l'ultima volta che fui a Roma, di avere visitate le catacombe di S.Domitilla, e mi parve una perfetta imitazione di quelle.

Frattanto le notizie che giungevano, sebbene confuse, davano nel loro insieme la certezza che ormai la venuta dei liberatori non era lontana. Si sapeva che a Chiusi vi era stata una battaglia aspra e sanguinosa, e che quella ridente cittadina sul confine tosco-umbro era stata presa e ripersa più volte; ma che ormai era in possesso degli alleati, i quali erano ormai in possesso anche di Chianciano, e puntavano su Montepulciano.

Allora un infame disegno sorse nella mente satanica degli alleati di MUSO ZOZZO: porre una mina potente all'ingresso del paese sotto la casa già Pollini (oggi di proprietà del mio amico Alfredo Silvestri) ed altre due nel fianco del palazzo Agnolucci, oggi sede del Monte dei Paschi, il quale avrebbe dovuto crollare intieramente onde ostruire il passo dell'esercito invasore. Un'altra mina non meno potente doveva porsi dalla Cocca, per intendersi volgarmente, e cioè nel luogo ove è il bivio delle due strade che conducono al Convento l'una, ed al Canale l'altra. Quella posta davanti al Silvestri non solo minacciava seriamente la casa di lui, ma altresì quelle di MECOGOGO (Giovannini), casa Pinsuti, e le altre che fronteggiano la piazza in quel punto. E la mattina di S.Pietro le mine furono poste, e fu fatta circolare la voce che al momento in cui sarebbero state fatte brillare, la popolazione sarebbe stata avvertita.

In un'ansia mortale trascorsero i due giorni 29 e 30, e frattanto la sera del 30 fu data per sicura cosa la già avvenuta occupazione di Montepulciano e si sentiva e si vedeva come le artiglierie inglesi puntassero sul territorio del Comune di Trequanda.

La mattina del 1° Luglio mi recai nella solita Sagrestia del Chiodo a continuare il mio lavoro, mentre il diapason della musica ascendeva a tono maggiore. Nel pomeriggio non mi fu però più possibile di tornarvi. Non lo si sapeva, o quanto meno, io non lo sapevo, ma anche Torrita era stata presa, ed appena consumato il mio modesto desinare, le artiglierie inglesi cominciarono a puntare prima sulla Pieve e poi addirittura su Sinalunga: se non addirittura sul paese, sulle circonvicine ville che presumibilmente potevano ancora ospitare tedeschi. Così io, dalla mia terrazza vidi veramente bene bersagliare la villa Brunori, la Palazzetta, la villa Carceri ed anche l'aia del cosiddetto BACINO.

Un colpo di cannone mal diretto distrusse qualche olivo davanti alla casa del Biagianti a pochi metri quindi da me. lo capii abbastanza bene che la mia casa correva, in un con me, serio pericolo; tutti i miei inquilini Cennini ed i miei ospiti livornesi si premunirono di tutto il fabbisogno di vesti e di cibarie e corsero nel vicino rifugio, da me descritto più sopra, esortandomi a fare altrettanto. Non posso dimenticare l'accorata preghiera che mi rivolse il capo famiglia del miei inquilini, che, quasi piangendo, mi scongiurò di fuggire per salvare almeno la vita, se non la casa. Io mi arresi senza contrasto, presi il peggiore dei miei cappotti, e corsi nel rifugio Brunori, ove restai fino al tramonto, ora col cappotto addosso, ora accanto ad un bel fuoco acceso nell'Oliviera (che faceva parte del rifugio).

Ed era il 1° Luglio, e non Gennaio. E non ero solo presso al fuoco, ma molti familiari ed ospiti dei Sigg. Brunori vi avevano preso stanza presso un piccolo bar improvvisato ove una formosa cameriera distribuiva gratuitamente, a chi ne la richiedesse, o vino o caffè.

Alle ore 18 si presentò alla porta del rifugio un giovane padovano che era fuggito da Napoli prima che essa venisse occupata dagli inglesi; era giunto quà a piedi, e pedestremente contava di raggiungere la sua Padova, che disse anelava di rivedere. Gli fu offerto qualche ristoro, e frattanto ci assicurò che Torrita era realmente occupata, ed aggiunse di aver confidenzialmente saputo da un ufficiale dell'esercito inglese, che era decisa l'occupazione di Sinalunga per la mattina dopo, domenica 2 Luglio.

Al calare delle prime ombre vespertine sentii gli stimoli dell'appetito, e poichè il fuoco aveva diminuito d'intensità, pensai bene di tornare a casa, riservandomi di tornare dopo cena e passare costì la notte. Le Signore mi fecero però capire che non avrebbero potuto offrirmi, nella notte, che una sedia, poichè i letti approntati nel rifugio erano a disposizione delle sole persone di famiglia. L'offerta era anche troppo lauta per me: io però riflettei che non era prudente lasciare la casa sola alla mercé dei razziatori alemanni, e lo stesso mio inquilino mi consigliò di non muovermi di casa, e di dare l'allarme in caso che fossi stato molestato dai salvatori della patria. Egli, in tal caso, avrebbe avvertito gli altri rifugiati, e tutti sarebbero accorsi in mia difesa.

Fu saggio consiglio. I lanzichenecchi non vennero, ed io non subii molestie di sorta, onde, all'ora solita, me ne andai a letto, e dormii tranquillamente tutta la notte.
Ma se questa brava gente non venne da me, si recò proprio alla casa Brunori, nell'ora stessa in cui, secondo gli accordi presi, dovevo tornarvi io, tanto che la formosa cameriere sopra mentovata credé opera mia i ripetuti colpi alla porta. Tutti i rifugiati, edotti del caso, accorsero; la porta fu aperta ed i Lanzi introdotti, ma non fecero gravi danni. Alla porta di casa Bucci fu posta una bomba a mano che rimase inesplosa.

La mattina del 2 mi alzai alla solita ora, e contavo alle ore 10 di essere pronto per andare alla Messa. Il mio inquilino mi disse di aver saputo da un suo fratello che gli inglesi erano già al Santarello, a 2 Km: quindi da noi e da qualche vicino che ne seguiva le mosse col cannocchiale, sapemmo che Sinalunga era ormai già tutta accerchiata. Non solo il Santarello, ma le Muriccia, Rigaiolo, il Serraglio, la Pieve erano già occupati: ad un certo punto però l'esercito invasore si era fermato tutto, e lo sparo delle artiglierie fatto più intenso consigliò tutti a correre di nuovo nei rifugi.

Alle 10 io uscii per recarmi alla Messa, e trovai deserta la piazza e desertissima la Chiesa. Non incontrai nel mio cammino che Bioccolo il quale mi significò che la messa non ci sarebbe stata. Allora mi recai nel solito rifugio, ma l'umidità agghiacciante di esso, da cui il cappotto non bastava a difendermi, fece si che io non sostassi in esso più di mezz'ora. Tornato sulla piazza potei constatare che le mine fatte scoppiare nella notte non avevano prodotto il desiderato effetto: quelle poste entro il palazzo del Monte non avevano fatto crollare che un solo stanzino; tutte le altre si erano dimenticate di scoppiare, tranne quelle poste sulla via del Canale che hanno fatto crollare la strada in più punti rendendo il transito impossibile a qualsiasi veicolo, e difficilissimo agli stessi pedoni.

Nella piazza stessa ero completamente solo in quella splendida ed assolata mattina festiva di Luglio, si che tal cosa mi fece l'effetto di uno strano sogno, a completare il quale volli percorrere tutte le vie del paese ove non incontrai nè un cane nè una coda di esso. Solo quando giunsi sotto casa mia trovai seduti su di uno scalone il mio vicino Amos Graziani ed i suoi famigliari, e con tutti costoro, intavolai un po' di conversazione che dopo 1/4 d'ora fu interrotta dalle grida di alcuni ragazzi a squarciagola

SONO ARRIVATI GLI INGLESI!!!.

Tutti a corsa ci slanciammo verso la piazza ove giungeva il primo scaglione dell'esercito liberatore, al quale poi, in autocarri seguirono gli altri. Ma come posso io essere capace di descrivere la scena commovente che videro i miei occhi di quell'ingresso trionfale, dell'entusiasmo del popolo che raggiungeva veramente il delirio, delle grida e degli evviva che fendevano il cielo, dei fiori che piovevano sui baldi giovani abbracciati e baciati dal popolo che ad una sola voce li acclamava come i nostri veri liberatori? Chi non ha visto coi propri occhi quella scena sublime, quella piazza immensa, pur dianzi deserta, quel popolo piangente di gioia, quei baldi e bei giovani portati in trionfo, ed ogni finestra pavesata dal tricolore d'Italia, non può farsi un'idea esatta di quello che fu quell'ora radiosa del mezzodì del 2 Luglio, in cui Sinalunga, strappata pur una volta alle catene tedesche, era restituita alla vera Italia ed alla libertà. In questo momento pìu che negli altri sento più forte che mai l'invidia verso il Lombardo immortale!!!

Ogni uomo di buon senso vorrà dimandare: perchè le truppe angloamericane che avevano alle 10 e 1/2 già cinta Sinalunga d'assedio, non la occuparono che alle 12? A che quella sosta?
Ed io rispondo: Qui si mostra palese l'intervento della Provvidenza Divina, e la grazia largita a Sinalunga dalla Sua Protettrice Celeste.

Un individuo infame, a tutti ignoto, fuorché agli invasori, i quali peraltro non ne vollero rivelare il nome, andò a dire ad essi che Sinalunga era piena di tedeschi e delle loro munizioni. Cosa falsa era essa, e non forse del tutto creduta dal Comando, il quale credé bene nel frattempo di soprassedere prima di spianare il paese a cannonate. Giunse a loro in tempo frattanto un messaggio da qui (è un giovane di Grosseto, sfollato, ospite del macellaio Bossi, che conosce bene la lingua inglese, e perciò funziona da interprete) il quale, sotto la sua personale responsabilità ed offrendosi come ostaggio, assicurò il Comando che la notizia era falsa, e le truppe potevano entrare liberamente, come infatti fecero.

L'altra grazia, è inutile dirlo, è il mancato scoppio delle mine.

Alle 13 ormai credetti di poter tornare a casa per prendere un boccone. Ma non mi fu possibile entrare in casa subito, perchè due militi inglesi erano sulla soglia, baionetta inastata, i quali mi fecero segno di non entrare, mentre l'interprete che sopra ho nominato, girava per la casa, lasciata incustodita e sola da inquilini ed ospiti. L'interprete girava per le stanze, ripetendo a più riprese la parola: PERMESSO: nessuno gli rispondeva. La tavola era apparecchiata per me con qualcosa per mangiare, ma tutti i miei familiari erano nel rifugio.

Gli inglesi non vollero entrare, nell'assenza del padrone; ma come l'interprete mi vide, mi presentò, ed io entrai insieme con loro, i quali avevano scelto la casa stessa per osservatorio, saliti che fossero sulla terrazza. lo feci alla men peggio gli onori di casa, solo in quel modo, affrontai la folla di ragazze intraprendenti e curiose che entrarono in buon numero; mandai a prendere del vino bianco, del quale insieme a loro, tuttochè digiuno, ne bevvi ben sei bicchieri, e con loro rimasi per oltre un'ora e mezzo. Posso accertare che furono di una amabilità veramente squisita e di perfetta educazione.
E le stesso posso dire ancora di altri loro commilitoni con cui ebbi occasione di incontrarmi in qualche pubblico esercizio, od anche semplicemente per via; taluni furono i primi, incontrandomi, a salutarmi e ad offrirmi la sigaretta.

Sinalunga fu così, il giorno 2 libera dalla presenza dei tedeschi, ma non lo fu del pari dalle loro carezze. Da Lucignano era cominciato, come già dissi, fino dalla mattina il cannoneggiamento contro il paese, e che durò fino oltre alla mezzanotte. Furono colpite varie case di abitazione, fra cui ricordo quella di Lelio Cozzi al Poggiarello, del Norcino Angiolucci in via Mazzini, la ex-casa Andrei dietro alla Collegiata, l'Istituto Castellani delle Suore, ed una casa del Signor Cecco Savelli al Borgo, sopra all'oliviera, la villa Carceri e le case adiacenti coloniche, nonchè la Cappella attigua alla villa, ridotta in uno stato pietoso. Le case suddette sono molto danneggiate. Vennero colpiti il Campanile della Collegiata, e la Torre di piazza del Tribunale di cui la parte che guarda l'Albergo Gonzi minaccia rovina, e la Chiesa di S.Lucia, semiscoperchiata, e perciò chiusa al culto.

Alle ore 15 circa gli Inglesi miei ospiti, dopo un reciproco abbraccio, mi lasciarono dirigendosi alla villa Carceri ed io mi potei alla men peggio sdigiunare, e me ne andai in piazza sempre tutto il giorno affollata di popolo festante, e potei vedere il palazzo del Comune pavesato non solo dal Tricolore d'Italia, ma altresì dalla bandiera Inglese, dalla stellata bandiera degli Stati Uniti d'America e da quella rossa dei Sovietici con la relativa falce e martello.

Tornai a casa che annottava, e cenai da solo. I miei di casa erano ancora tutti nel rifugio, e siccome il cannone non taceva ancora, e di stare in casa di notte da solo non me la sentivo, mi misi il cappotto e me ne andai ancor io nel rifugio vicino. Alle ore 23 circa, un giovane chierico figlio di Medea Nardi, intuonò il S.Rosario, che molti rifugiati, insieme a lui recitammo. Poco dopo giunse il Capitano Inglese che era stato mio ospite nella mattina, accolto da vivi applausi da tutti i presenti.

Mi provai a dormire, ma non mi fu possibile, e confesso candidamente che la dimora in quel luogo non mi riusciva troppo piacevole, onde alle ore tre del mattino me ne andai al santo letto, nè fui disturbato più.
Nell'ultimo giorno della loro dimora quà, le belve in forma umana diedero un altro saggio di sé, e fecero la cosiddetta benfinita.

Per solo spirito di brutale malvagità uccisero due coloni della villa Castelletto-Palazzuoli, certi Zappalorto, e cioè una fanciulla diciottenne ed il padre di lei; alle Muriccia uccisero il marito di una certa Marignani Emma, sorella del quondam Direttore della Banca Toscana, ed un altro di cui non ricordo nè il nome nè il nomignolo. I cadaveri di questi ultimi due furono orrendemente straziati e mutilati; al marito di cotesta Marignani furono tagliate le mani e cavati gli occhi: io vidi, il giorno 3 le salme di cotesti infelici, col volto tumefatto, irriconoscibile, ma dovetti allontanarmi dalla stanza mortuaria più che di corsa, poiché sentivo di venir meno.
La sera stessa del 3, le quattro salme furono portate in Collegiata e furono loro cantate le esequie da tutto il clero secolare e regolare.

Il Signor Arciprete pronunziò un'indovinatissima orazione funebre che commosse fino alle lacrime tutti i numerosi presenti. Al trasporto di esse prese parte tutta la popolazione, tutti i cosiddetti RIBELLI o PARTIGIANI che erano entrati il giorno avanti con l'esercito liberatore, e mi parve, ma non lo potrei asserire, che vi fosse anche qualche milite inglese.

L'ultimo atto compiuto dai cannibali non credo trovi riscontro nella storia, e ritengo per certo che neppure i 500 morti di Dogali furono trattati in tal guisa dalle orde di Ras Alula; forse così fu agito in confronto dei primi cristiani dalle orde di Nerone, e se e vero (e come dubitarlo?) che dai frutti si conosce l'albero, ognuno ha visto oggi a luce di sole chi erano i fascisti, chi i nazisti, e chi i loro tirapiedi.

E questi, e non altri, erano i pionieri di quella civiltà nuova, che dall'alto del Campidoglio (e gli ingenui ci credevano!) avrebbe dovuto irradiare con la sua luce il mondo intiero! Nessuno, o quanto meno, giammai l'Italia vide maggiore sfacelo, e frattanto i leader del GRAN GERARCA, ad uno ad uno, e piano piano incominciano a subire il meritato gastigo.

Abolita la carica di PODESTÀ, e ripristinata quella antica di SINDACO, è stato a Sinalunga nominato a tale Ufficio un uomo d'ordine, ma che fu sempre un antifascista della più bell'acqua, e cioè il Sig. Avv. Angelo Savelli, di vecchie idee conservatrici, come ne fanno fede alcune VEDETTE SENESI del 1902 e seguenti, da me tuttora religiosamente conservate.
Sarei ben dolente se la sorte toccata a qualcuno di questi che ho chiamato LEADER, dovesse essere subita anche da altri (il che non è improbabile), e lo sarei più che mai se tale sorte non dovesse essere per costoro se non l'INITIUM DOLORES!!!

E le notizie degli eventi bellici che giornalmente giungono, sebbene non ufficiali e non controllate, danno pieno affidamento che tra non molto sul bel cielo d'Italia apparirà l'arcobaleno, e l'umanità sconvolta dal turbine scatenato dai barbari vedrà (novello Noè nell'Arca) apparirsi la mistica colomba con il ramo d'olivo in ORE SUO.

Allora, ma soltanto allora, potremo cantare all'Altissimo l'Inno Ambrosiano, mentre al GRAN GERARCA summenzionato, degli inni ne canteremo un altro, parafrasando quello che i Fiorentini cantarono a CANAPONE il 27 Aprile 1859:

 

Lascialo andar
Che volontario egli è
Ed a Piazza Venezia
Non ci rimette il piè.
Lascialo ire,
Lascialo ir lassù.
MUSI SUDICI, andate a letto:
GANASCIA non torna più!!!

Sinalunga, 8 Luglio 1944.

Corrado Nardi