GENNARO BOSSI
(1913-1998)
tenore

Concerto eseguito
per le truppe
alleate


Ai ragazzi della 2/c


Mi chiamo Gennaro, sono nato a Sinalunga il 4 Agosto 1913 e con la famiglia (i genitori, due fratelli e una sorella) vivevo nella zona del centro storico. Mio padre aveva la macelleria e quindi, da piccolo, non ho mai avuto eccessivi problemi per riuscire a mangiare, come purtroppo accadeva a molti miei amici. Mi ricordo che a casa avevamo il forno e la mamma faceva il pane, il "ciaccino", le torte ed i biscotti e poi dei magnifici arrosti. Da ragazzo frequentavo la scuola elementare di Sinalunga che allora arrivava alla VI classe; si, allora le classi della scuola elementare erano sei ed era il massimo che si poteva ottenere senza andare a Siena. A scuola andavamo al mattino, però quando eravamo indietro negli studi o "meritavamo una punizione" avevamo lezioni supplementari anche nel pomeriggio. A scuola ci divertivamo soprattutto quando si facevano le operette al teatro Ciro Pinsuti; mi ricordo che una volta abbiamo fatto l'operetta su Pinocchio il cui autore era un sinalunghese di nome Paolo Malfetti. Io ne ero l'interprete principale, facevo cioè la parte di Pinocchio e naturalmente mi avevano fatto un bel nasone finto.
Nel 1935 mi hanno mandato in Africa con il grado di caporal maggiore di artiglieria per effettuare la "conquista dell'Impero". Ferito da una scheggia ad un braccio e non avendo ricevuto le cure opportune mi sono ammalato e sono rimasto paralizzato nel deserto. In diciotto giorni di viaggio mi hanno portato in ospedale ad Asmara in Eritrea e da qui sono stato trasferito a Massaua per essere caricato su una nave per l'Italia dove avrei avuto qualche possibilità di sopravvivere. Quando siamo arrivati la nave non era più nel porto; dicevano che era già partita. A questo punto sono stato preso dallo sconforto e mi sono abbandonato al destino pensando che ormai la mia giovane vita era ormai alla fine. La fortuna ha voluto che un maresciallo di marina che passava e che ha visto la mia disperazione si è interessato al mio caso; questo maresciallo era un certo Silvio Peruzzi, anch'esso di Sinalunga. Messosi in contatto radio con la nave che era ad 11 Km dal porto, mi ha fatto caricare su una barca con la quale è stata raggiunta la nave e così ho potuto fare ritorno in patria. Per tutto il viaggio sono stato amorevolmente assistito da una crocerossina che ho saputo, poi, essere una contessa. Arrivato in Italia mi hanno portato all'ospedale militare di Caserta dove hanno iniziato a prestarmi delle cure di riabilitazione dei movimenti. Un giorno, mentre mi trovavo in un freddo corridoio in attesa di un'applicazione terapeutica un signore alto si è fermato a guardarmi ed ha esclamato: "Perché questo soldato così al freddo?". Il radiologo che era nei pressi ha replicato: "Altezza, questo soldato è tutto paralizzato, aspettiamo gli addetti per metterlo a bagno". Quel signore era il Principe Umberto che comandava il corpo d'armata di Napoli e che così proseguì: "Domani manderò mia moglie ad occuparsi di quel soldato". Il giorno dopo arrivò la Principessa Maria José e da quel momento fui curato molto meglio: non venivo mai abbandonato; avevo una monaca fissa e quando questa non c'era veniva un soldato a tenermi compagnia. La principessa veniva a trovarmi tutti i giorni. Nel dopoguerra mi sono stabilito a Roma dove, pur con i miei problemi fisici, studiavo lirica. Qui ho ritrovato il maresciallo che in Africa mi aveva salvato la vita e che nel frattempo, per motivi politici, era caduto in disgrazia ed era stato radiato dall'esercito. Tramite delle conoscenze, tra cui una contessa moglie di un ammiraglio di marina, sono riuscito a far reintegrare il maresciallo nel suo grado, felice di aver potuto contraccambiare l'aiuto un tempo ricevuto.
Frattanto avevo maturato il il desiderio di poter tornare alla mia casa, a Sinalunga, ed anche in questo caso sono stato aiutato dalla Principessa Maria José che in pochi giorni ottenne tutti i documenti per poter essere riportato a casa in barella ed avere una pensione di 171 lire al mese. All'ospedale di Sinalunga dovevo fare delle applicazioni elettriche che mi costavano 40 lire alla settimana e quindi, pagate le cure, mi restavano 11 lire al mese della mia pensione.
Malgrado tutto ho cercato di reagire ed ho iniziato a cantare opere, per prima "La Traviata", in diversi teatri della zona tra cui Chiusi, Cortona, Montepulciano; ma non ho avuto mai la possibilità di cantare nel Teatro di Sinalunga se non in manifestazioni di beneficenza alle quali riuscivo a far intervenire artisti da Roma. Ricordo che in quel periodo le Dame di San Vincenzo ospitavano nelle loro abitazioni questi artisti senza che quest'ultimi ricevessero alcun compenso ed il ricavato delle manifestazioni veniva distribuito ai più poveri del paese.
Nel 1949 mi trovavo a Roma ed in occasione della commemorazione del venticinquesimo dalla morte di Puccini, presso il Palazzo della Stampa, ebbi la possibilità di cantare tutte le romanze e i duetti. Ebbi successo ed il Sovraintendente all'Opera di Roma mi chiese se conoscevo la "Carmen" e mi invitò a fare una prova in Teatro. Ciò mi rese euforico; mi sembrava di toccare il cielo con un dito....purtroppo questa opportunità si rivelò una grande e dolorosa delusione. Mentre stavo cantando, il direttore d'orchestra si bloccò e mi apostrofò con una frase che tuttora ricordo con dolore: "Ma questa persona ha i pomodori nel cervello!!". Egli si riferiva ai miei movimenti ostacolati dalla malattia. Saputi i motivi della mia posizione sul palcoscenico, il direttore mi suggerì di non andare nei teatri di prim'ordine e di interrompere la carriera di cantante lirico. Tutti i miei sogni crollarono.
Successivamente ho potuto commercializzare bestiame in vari paesi europei tra cui Danimarca e Jugoslavia dove, tra l'altro, ho avuto modo di cantare senza che alcuno abbia mai avuto modo di sollevare problemi nei miei confronti, così come ebbe a fare il direttore d'orchestra di Roma.
Cari ragazzi, nella vita bisogna sempre lottare; spesso ci sembra che tutto e tutti siano contro di noi...ma ricordatevi che non dobbiamo mai abbandonare la speranza: un angelo custode all'ultimo momento sarà sempre vicino a noi.

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